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Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione
 
 
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Tribunale di Vigevano, sentenza del 9 giugno 2004, n. 390

 

rel. Scarzella

 

Nella causa promossa da [...] attore, [...] resistente contumace [...]. Il ricorso presentato da [...], con le conclusioni rassegnate all'udienza di discussione va accolto.

Dalla svolta istruttoria è infatti emerso che il ricorrente, assunto come lavoratore subordinato part-time dalla ditta [...] in data 10.9.2002 (v. doc. n. 6 di parte ricorrente), veniva dalla stessa licenziato, in data 3.12.2002, per asserita soppressione del settore di attività cui il primo era stato adibito (v. doc. n. 2 di parte ricorrente). Tale recesso è illegittimo in quanto ingiustificato, ex art. 1 n. 604/1966, non avendo la resistente provato la sussistenza delle ragioni poste a base dello stesso, come era suo onere, ex art. 2697 c.c..

Dall'accertata illegittimità del licenziamento in oggetto e dalle non contestate dimensioni occupazionali della resistente - che all'epoca del recesso in questione aveva meno di 15 dipendenti - discende l'obbligo di quest'ultima, ex art. 8 l. n. 604/1966, di riassumere il ricorrente entro tre giorni o, in mancanza, di risarcirgli il danno versandogli un'indennità pari a 3 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto percepita - ammontante a complessivi euro 1682,58 (al tallone mensile di euro 560,86) - tenuto conto dell'esigua durata del rapporto di lavoro in esame e, in assenza di contraria deduzione di parte ricorrente, delle presumibilmente modeste dimensioni occupazionali della prima; su tale importo decorrono gli interessi legali e la rivalutazione, dal dovuto al saldo, ex art. 429 cpc.

Per quanto concerne il danno derivato al ricorrente dall'asserito inadempimento della resistente all'obbligo di stipulare il contratto di soggiorno, ai sensi della l. n. 222/2002, va innanzitutto rilevato che l'art. 5 comma 3 bis del d.lgs. n. 286/1998 prevede espressamente che "il permesso di soggiorno per motivi di lavoro è rilasciato a seguito della stipula del contratto di soggiorno per lavoro" stabilendo nel contempo che "la durata del relativo permesso di soggiorno è quella prevista dal contratto di soggiorno". Da ciò discende innanzitutto che il lavoratore straniero ha diritto di ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro solo dopo la stipula del contratto di soggiorno e nei limiti temporali previsti da quest'ultimo. Nel caso di specie la resistente, nonostante si fosse obbligata, nella dichiarazione di emersione del 10.9.2002, a stipulare regolare contratto di soggiorno per lavoro subordinato con il ricorrente - presupposto necessario per il rilascio del relativo permesso di soggiorno, ex art. 5 d.lgs. n. 286/1998 - non ha in realtà concluso alcun regolare contratto di soggiorno con ciò venendo meno alla obbligazione precedentemente assunta.

Tale inadempimento appare illegittimo in quanto ingiustificato e non supportato da alcun valido atto di licenziamento del ricorrente, visto quanto sopra accertato rispetto al recesso del 3.12.2002. Dalla accertata illegittimità della condotta tenuta dalla resistente in tale frangente discende l'obbligo della stessa, ex artt. 1218 e ss. c.c., di risarcire il danno patito dal ricorrente consistito nella mancata acquisizione del permesso di soggiorno e nella sua conseguente impossibilità di lavorare regolarmente in Italia, beneficiando anche di ulteriori opportunità lavorative, accedendo nel contempo a tutti i servizi accessori quali il servizio sanitario nazionale, le graduatorie per le case popolari, i sussidi pubblici per gli stranieri ecc. Il danno in questione va equitativamente determinato, ai sensi dell'art. 1226 c.c., in euro 2000,00 tenuto conto che nel frattempo il ricorrente ha ottenuto un permesso di soggiorno di 6 mesi - dal 2.5.2003 al 1.11.2003 - che, ai sensi dell'art. 5 d.lgs. n. 286/1998, la durata massima del permesso di soggiorno per lavoro subordinato a tempo indeterminato è pari a due anni e che il ricorrente avrebbe presumibilmente potuto reperire, nel periodo di efficacia del contratto di soggiorno - di durata verosimilmente non inferiore ad un anno - altre occupazioni con retribuzioni mensili equivalenti a quella percepita presso la resistente.

Nessun importo va invece riconosciuto al ricorrente a titolo di danno esistenziale o di danno alla vita di relazione visto che lo stesso non ha provato, come era suo onere, ex art. 2697 c.c., la sussistenza di alcun danno psicologico o relazionale e il nesso di causa tra lo stesso e il comportamento illegittimo tenuto dalla resistente.

Quanto fin qui esposto trova ulteriore fondamento, ex art. 116 c.p.c. alla luce delle restanti risultanze istruttorie nel comportamento processuale della resistente che, attraverso la sua mancata costituzione in giudizio, ha implicitamente ammesso la fondatezza delle avverse pretese. Le spese lite seguono la soccombenza e vengono liquidate nella misura indicata in dispositivo, tenuto conto del valore della causa e della esigua attività processuale svolta.

P.Q.M.

Il tribunale di Vigevano, definitivamente pronunciando, dichiara che tra [...]e la ditta [...] è intercorso, dal 10.9.2002 al 3.12.2002 un rapporto di lavoro subordinato part-time; dichiara illegittimo, e pertanto, annulla, il licenziamento intimato al ricorrente il 13.12.2002; ordina alla ditta Iannilli Antonella, in persona del legale rappresentante pro-tempore, di riassumere il ricorrente entro tre giorni o, in mancanza, di risarcirgli il danno versandogli un'indennità pari a complessivi euro 1682,58, oltre interessi legali e rivalutazione dal dovuto al saldo;

condanna la ditta [...] a corrispondere al ricorrente, a titolo risarcitorio, la complessiva e ulteriore somma di euro 2000,00 oltre interessi legali dal dovuto al saldo; condanna la ditta [...], in persona del legale rappresentante pro-tempore, a rimborsare al ricorrente le spese di lite liquidate nella complessiva somma [...].